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gennaio 26, 2016

La medicina del dottor lupo

C’era un volta in un paese lontano una vasta prateria, solcata da fiumi e torrenti e popolata da innumerevoli cervi. Un paesaggio idilliaco, senza dubbio, che tuttavia lascia trapelare il sospetto che l’idillio non sia poi “tale”.

Il luogo in questione è il famoso Parco nazionale di Yellowstone, uno dei parchi naturali più famosi e visitati al mondo. Ebbene fino a circa 20 anni fa la prateria era effettivamente abitata da un numero enorme di cervi wapiti, i quali vivevano beatamente pascolando sui colli in estate e lungo i corsi d’acqua in inverno. Erano talmente tanti che divoravano praticamente tutti gli alberelli più bassi di 2 metri. Salici, pioppi e arbusti di vario tipo non riuscivano ad attecchire lungo le sponde d’acqua, loro habitat ideale. I fiumi erodevano le rive non protette dalla vegetazione, gli alvei erano fangosi e le pozze profonde e torbide. I coyote si adattavano bene a questa situazione, catturando qualche cerbiatto e predando roditori lungo le sponde spoglie dei torrenti.

Nel 1995 però accadde qualcosa. L’U.S. Fish and Wildlife Service, più o meno l’equivalente del nostro Corpo Forestale dello Stato (in smantellamento, sic!),  avviò un programma di reintroduzione rilasciando nell’area del parco 66 lupi canadesi. I predatori si ambientarono alla grande e in breve periodo, approfittando anche della grande disponibilità di cibo, crebbero di numero.

L’impatto di quei 66 lupi sull’ecosistema di Yellowstone è stato incredibile e rappresenta un formidabile esempio di restauro ambientale.

I cervi wapiti sono stati dimezzati dalla pressione predatoria del lupo, e non svernano più lungo i fiumi ma sulle pendici delle colline, da dove possono tenere d’occhio il loro predatore e in questo modo lasciano crescere alberi e arbusti in pianura.

Oggi, in quel paese lontano c’è una vasta prateria costellata di boschetti di pioppi, i fiumi scorrono lenti e i salici ricoprono le rive. Gli uccelli acquatici sono tornati a nidificare nella vegetazione riparia e l’aumento degli insetti ha fatto aumentare i pesci e gli anfibi. Sono tornati i castori che usando i ramoscelli di pioppo hanno iniziato a costruire dighe che allagano i prati circostanti creando nuovi ambienti ricchi di vita. Le carogne e i resti lasciati dai lupi alimentano la popolazione di corvi, aquile di mare e orsi. I coyote sono diminuiti e sono riapparse le antilocapre.

Grazie al ritorno di una sola specie “chiave” di quell’ecosistema la biodiversità è esplosa spontaneamente, gli equilibri dinamici si sono spostati e l’ambiente ha trovato un nuovo assetto, capace di ospitare una varietà di esseri viventi  prima impensabile.

In un luogo vicino vicino, l’Italia centrale, questo “filo” ecologico, che tiene insieme i diversi protagonisti dell’ecosistema montano, non si è mai reciso. Grazie alla tenace volontà di sopravvivenza del lupo appenninico, che resistendo per secoli alla persecuzione umana ha continuato a svolgere il proprio ruolo “chiave” nell’ecosistema, viviamo la realtà magica e irriproducibile della rete ecologica nel suo equilibrio dinamico, in costante divenire.

 

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