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settembre 7, 2016

Il mix letale di antropocentrismo e ignoranza

Un tempo le argomentazioni grossolane e “sbrigaticce” venivano apostrofate come “chiacchiere da bar”, oggi proporrei la nuova definizione di “chiacchiere da social”. In modo più o meno uguale  si avverte una sensazione di orticaria e insofferenza nel sentire pronunciare sentenze definitive e risolutive per problemi complessi, a volte addirittura soluzioni per diatribe internazionali e annose, per le quali la sola e plausibile spiegazione al loro non ottemperamento sembrerebbero complotti orditi dai servizi segreti e, nella peggiore delle ipotesi anche l’intervento di forme di vita extraterrestre. Riflettendo bene ho conseguito che la mia non frequentazione dei bar mi teneva alla larga dai commenti e dalle supposte soluzioni, mentre la frequentazione dei social mi espone a tali torture. Ne consegue che la visione semplicistica dei problemi complessi è una sindrome preesistente ai social ma che con essi assurge a tesi paritaria, in quanto internet ha il pregio e il difetto di livellare le personalità e di porre ciascuno su una cattedra, pronto a sciorinare l’intero repertorio sulle soluzioni dei mali del mondo. Se aggiungiamo che le soluzioni semplici sono più facili da comprendere rispetto a quelle complesse, comprendiamo anche il successo che riscuotono, sebbene il mondo in cui viviamo sia di per sè complesso e quindi meriterebbe soluzioni che tengano presente questa complessità.

Non sfuggirà che il titolo di questo post comprende la parola antropocentrismo, ovvero mettere l’uomo al centro dell’interesse. L’antropocentrismo è filosoficamente figlio della Grecia antica, quando Protagora affermava che “l’uomo è la misura di tutte le cose”. Nonostante i millenni e i cambiamenti nella vita dell’uomo, la visione antropocentrica è rimasta forte e ha poggiato le basi prima sulla mitologia, poi sulla religione. Solo nel ‘600, con Copernico, Galilei e Bruno essa fu messa in discussione per poi subire colpi ben assestati nel secolo dei lumi, culminando con “l’origine delle specie” di Darwin che pone l’uomo nel bel mezzo della natura, al pari delle altre specie viventi, non più predestinato  o destinatario delle ricchezze della terra. Inutile dire che oggi questa visione, scientifica ed ecocentrica (ovvero che mette al centro l’oikos, l’ambiente) è in forte crisi.

Ad esempio sul ritorno del lupo appenninico sulle Alpi, dove attualmente vive anche una piccola popolazione di orso bruno reintrodotta, un utente di social network ha così sentenziato: “basta orsi e basta lupi, è ora di svegliarsi! Siamo talmente ipocriti e co……ni che sono più tutelati orsi e lupi rispetto alle persone”. Una palese dichiarazione di appartenenza all’antropocentrismo. L’oggetto del contendere non è naturalmente la scelta tra la vita o la morte di un essere umano rispetto a un lupo o un orso, nessuno di noi avrebbe dubbi nel mettere al primo posto la tutela dell’essere umano, ma è la possibilità o meno di trovare una condizione di compromesso che permetta di prosperare sia all’uomo, sia alle altre specie. Questa convinzione, che abbiamo a lungo chiamato “sviluppo sostenibile” e che questa di cui parlo è solo una parziale sfaccettatura, è ancora al centro delle nostre politiche? Ho paura di no. Anzi, paradossalmente sembra che mentre per la cosiddetta “politica” lo sia, perlomeno a chiacchiere, per larga parte dell’opinione pubblica essa sia diventata un inutile e superfluo capriccio degli ambientalisti, sempre più additati come causa dei mali, specie in Italia.

Quando mi trovo a dover ingoiare tali rospi sono solito aprire un libro, sempre lo stesso: “Basi di Ecologia” di Odum, dove solo leggendo l’introduzione riesco a pacificarmi con il mondo: “Le conquiste tecnologiche ci fanno sentire sempre meno dipendenti dall’ambiente naturale per le nostre necessità quotidiane e così dimentichiamo la nostra dipendenza dalla natura. Inoltre, i sistemi economici di qualunque ideologia politica valorizzano ciò che l’uomo fa e che è di primario beneficio per l’individuo, ma poco valore viene attribuito alle cose e ai servizi della natura che ci avvantaggiano come società. Fino a che non interviene una crisi, tendiamo a prendere per gratuita concessione i beni e i servizi della natura; assumiamo che essi siano illimitati o in qualche maniera sostituibili dalle innovazioni tecnologiche, malgrado esistano evidenze del tutto contrarie.”

Con la vana speranza che l’educazione scientifica, la consapevolezza della complessità e la necessità di trovare soluzioni ampie e “dinamiche” assumano un ruolo di maggior rilievo e diventino di pubblico dominio.

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