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ottobre 7, 2016

Piccolo sommario del glacialismo appenninico

Abruzzo terra di montagne, questo si sa; ma anche di glacialismo, fossile e attuale. Di glacialismo si parla quando sussistono fenomeni di presenza stabile di masse ghiacciate. Questa condizione si verifica nelle due montagne più alte dell’appennino, il Gran Sasso e la Majella, sebbene in quantità davvero ridotte.

La riduzione e regressione dei ghiacciai è un fenomeno comune a tutte le catene montuose terrestri e all’artico e sembra essere dovuto al riscaldamento climatico innescato dal consumo di fonti di energia fossile e dal conseguente accumulo di gas serra nell’atmosfera, capaci di far innalzare la temperatura media del pianeta. I ghiacciai, estremamente sensibili anche ai minimi mutamenti climatici, rispondono alle variazioni con aumenti di volume o diminuzioni annuali. Negli ultimi 150 anni è in atto una costante diminuzione delle masse ghiacciate che ha prodotto in alcuni casi la riduzione di oltre il 30% di alcuni ghiacciai alpini e pirenaici.

“Il ghiacciaio del Calderone nel 1913. Foto Haas. Archivio Enrico Rovelli”

Sul Gran Sasso è presente il famoso ghiacciaio del Calderone. Visitandolo in agosto e settembre la sensazione di trovarsi su un ghiacciaio è però quantomai delusa. In effetti il riscaldamento climatico degli ultimi decenni ha prodotto la quasi totale scomparsa della massa ghiacciata che, sebbene ancora presente, è ricoperta da detriti di roccia che la nascondono e la proteggono da ulteriore scioglimento. Negli ultimi rilevamenti per il catasto dei ghiacciai italiani il Calderone è stato addirittura declassato a glacionevato, ossia una massa di ghiaccio immobile, sebbene sia più appropriato definirlo un glacieret, ossia un piccolo ghiacciaio. I ghiacciai infatti, per essere definiti tali, devono possedere la caratteristica di scivolare lentamente a valle, come lenti fiumi di acqua congelata,  producendo i caratteristici crepacci e modellando la forma delle valli in un processo erosivo particolare, e questo il calderone non lo fa più almeno da 40 anni.

Il ghiaccio fossile del Calderone, visibile sotto di detriti di roccia che lo "proteggono" dallo scioglimento. (Foto: Fabrizio Sulli)

Il ghiaccio fossile del Calderone, visibile sotto di detriti di roccia che lo “proteggono dallo scioglimento. (Foto: Fabrizio Sulli)

Attualmente il ghiacciaio è diviso in due parti, una superiore, poco sotto la vetta occidentale del Corno Grande, e una inferiore, nei pressi della morena, l’accumulo di detriti glaciali, che come una barriera delimita il bordo inferiore dell’apparato. Lo spessore di ghiaccio presente sul fondo è ancora di diversi metri e a fine settembre è possibile osservare il ghiaccio fossile, di colore blu, che indica la sua formazione antica. Infatti la neve per trasformarsi in ghiaccio vero e proprio ha bisogno di anni, durante i quali la massa di neve perde man mano l’aria intrappolata al suo interno fino a compattarsi a tal punto da diventare ghiaccio vero e proprio.

 

Il fondo del Calderone, con la morena glaciale. Si notano poche chiazze di neve affioranti.

Il fondo del Calderone, con la morena glaciale. Si notano poche chiazze di neve affioranti. (Foto: Fabrizio Sulli)

La parte "alta" del Calderone a fine settembre 2016. Anche qui, poche chiazze di neve residua.

La parte “alta” del Calderone a fine settembre 2016. Anche qui, poche chiazze di neve residua. (Foto: Fabrizio Sulli)

Il Calderone non è però l’unico glacionevato appenninico. Un altro importante apparato, che si trova poco a valle, è il glacionevato del Franchetti, nei pressi dell’omonimo rifugio. E’ largo circa 40 metri ed è soggetto a ampie fluttuazioni annuali, ma il suo nucleo è composto di ghiaccio antico.

Anche la Majella ha i suoi glacionevati. Il più conosciuto lo si incontra durante la classica escursione che dal Block Haus arriva al Monte Amaro, la cima più alta della montagna. Il glacionevato del “pozzacchione” è una massa di neve che si conserva all’interno di una dolina profonda oltre 15 metri. Il ghiaccio è presente sul fondo ma in alcune annate come il 2012 era ridotto davvero a poca cosa.

Il pozzo del Monte Amaro ad ottobre 2012...quasi vuoto. (Foto: lupidelgransasso.it)

Il pozzo del Monte Amaro ad ottobre 2012…quasi vuoto. (Foto: lupidelgransasso.it)

 

Le condizioni del pozzo a ottobre 2016 (Foto: Luca Spinogatti)

Le condizioni del pozzo a ottobre 2016 (Foto: Luca Spinogatti)

Infine importanti glacionevati, sempre sulla Majella sono presenti nella Val Forcone, tra il Monte Acquaviva e la Cime delle Murelle. Queste bellissime lingue di neve che scendono giù dal Monte Acquaviva hanno però subito alcuni scioglimenti totali negli ultimi anni di global warming.

Stiamo quindi parlando di un fenomeno, quello del glacialismo appenninico, tristemente in via di estinzione. L’accorciamento degli inverni e il prolungarsi di condizioni meteo estive a volte fino a novembre con i cosiddetti anticicloni africani stanno causando la fine di un’era. La nuova era, già da alcuni scienziati ribattezzata Antropocene (era geologica dell’uomo), porta con se un nuovo ecosistema: impoverito di specie animali e vegetali, di ghiacciai, di risorse, di estensioni forestali e modificato nella composizione stessa dell’atmosfera; una nuova era che reca i segni pesanti dalle attività di una sola specie: l’Homo sapiens.

 

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