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ottobre 13, 2016

Le difese: gli antichi boschi d’Abruzzo

Tutti conoscono la transumanza, lo spostamento delle greggi dall’Abruzzo alla Puglia che ebbe il suo massimo splendore tra il XV e il XVII secolo. Quando l’inverno incombeva, le pecore dovevano essere spostate dalle montagne alle pianure per garantire cibo sufficiente durante i mesi più duri. Ma come se la cavava chi rimaneva in montagna? E dove ricoveravano i loro buoi, cavalli e muli da lavoro, coloro che passavano l’inverno nei paesi montani dell’Abruzzo, a oltre mille metri di quota?

Sin dal XIV secolo esistono evidenze storiche e documentali sulla presenza di pascoli arborati appositamente gestiti per ricoverare gli animali da lavoro. Si tratta delle cosiddette “difese” o “defense”. Le difese erano boschi radi, dove tra gli alberi filtrava abbastanza luce da far crescere l’erba. Era severamente proibito tagliare gli alberi che venivano solamente capitozzati, cioè privati delle fronde, usate per foraggiare gli animali nei periodi di neve. Questi alberi, potati annualmente in modo drastico, accrescevano il diametro del tronco producendo getti verticali ogni primavera. Ne scaturiva un portamento tipico, detto “a candelabro”. Gli alberi preferiti erano faggi, querce, meli selvatici, ossia specie fruttifere in grado di fornire nutrimento supplementare agli animali ricoverati.

Con la fine dell’era della transumanza e con l’espansione agraria a partire dall’800, molte difese furono abbattute per ricavare spazi agricoli. Solo pochi boschi sono sopravvissuti. Uno di questi è il celebre Bosco di Sant’Antonio, antica difesa di Pescocostanzo. Si tratta di un bosco di circa 17 ettari che si sviluppa su alcuni colli nella piana che da Pescocostanzo digrada verso la conca peligna, a 1300 metri di quota. La specie dominante è il faggio e ancor oggi è un luogo ricco di fascino, benchè abbia perso le peculiari caratteristiche del pascolo arborato. Infatti il bosco non è più gestito dalle sapienti mani dell’uomo e il novellame ha colmato gli spazi tra gli alberi monumentali costituendo così un sottobosco fitto. Inoltre le mancate potature delle piante hanno causato lo schianto di alcuni dei più bei faggi a candelabro. Infatti i vigorosi getti arborei, non più tagliati, sono cresciuti di diversi metri, appesantendo l’antico tronco che, sollecitato da neve e vento, ha ceduto schiantandosi al suolo.

Alcuni scorci però evocano ancora l’antica defensa di Pescocostanzo, regalando la sensazione di trovarsi in un bosco magico, ricco di storie e di presenze del passato.

Domenica 16 ottobre andremo a visitare questo posto meraviglioso del Parco Nazionale della Majella in un’escursione di 9 km che comprende anche il Colle Brignole.

Se vuoi partecipare leggi il programma

Per info e prenotazioni

3283310602 (Luca)

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