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ottobre 15, 2016

Perchè andare in montagna in piccoli gruppi

– “Pronto, buongiorno mi dica”;

– “Vorrei prenotare per l’escursione di domenica”;

– “purtroppo abbiamo raggiunto il numero massimo di partecipanti, ma riproporremo presto l’uscita”;

-“ma perchè questa cosa del numero chiuso?”

– “non si tratta di numero chiuso…”.

Così ho provato a rispondere a chi, legittimamente, era deluso dal fatto di non aver trovato posto per l’attività escursionistica della domenica. In effetti ci ho pensato a lungo, “chiamare un’altra guida e fare un secondo gruppo?” – “accettare di aumentare il numero di partecipanti?” Da un punto di vista meramente commerciale la risposta sarebbe ovvia. Mai mandare indietro il lavoro. Trovare sempre e comunque una soluzione per soddisfare il cliente e alla malora i principi che ci siamo dati.

C’è però sempre una vocina latente nella testa che ci consiglia. Spesso non si ha il tempo di ricordare da dove viene e di argomentare una risposta in modo pronto e convincente. Ma a volte la fonte salta fuori. Salta fuori dal ricordo di qualche libro letto, di qualche articolo, della tua stessa esperienza che ti ricorda come la montagna può non avere pietà per gli errori umani.

In questo caso la vocina l’ho ricordata: era un articolo scritto da Carlo Alberto Pinelli, grande alpinista e ambientalista che, negli anni 90, ha combattuto molte battaglie per la salvezza della bellezza e della natura selvaggia delle montagne, opponendosi ad esempio alla realizzazione della funivia del Monte Bianco insieme all’associazione Mountain Wilderness. Da quell’articolo rimasi estremamente affascinato perchè riusciva a mettere a fuoco concetti e ragionamenti che sentivo già miei ma che non riuscivo a sviluppare in un discorso completo e coerente. L’articolo si chiama “La qualità dell’esperienza”.

“…Lo sciamano eschimese disse a Rasmussen: “L’unica vera saggezza giace lontano dagli uomini, nella grande solitudine, e può essere raggiunta solo attraverso la sofferenza”. Certo detta così mette un pò paura. La sofferenza è un concetto che in occidente rifuggiamo con tutte le nostre forze. In effetti però è l’immersione completa nelle situazioni, il coinvolgimento fisico, emotivo e mentale totale che fa di un’esperienza vissuta qualcosa di indimenticabile. Quando si vive un’esperienza in montagna c’è bisogno di favorire un ambiente di gruppo favorevole e disponibile a questo coinvolgimento, anche se della durata di poche ore, una condivisione totale di ciò che si sta vivendo. Proprio perchè la montagna è in grado di offrire disagio e fatica (la sofferenza), la condivisione e l’accettazione di questi principi rende un gruppo coeso e capace di apprezzare la profondità e di ricevere un’arricchimento personale dall’escursione.

Spesso viviamo giornate vuote di senso, momenti di grande superficialità e siamo fatalmente rivolti ad amplificare il nostro ego. Anche i servizi rivolti alla persona nel tempo libero soffrono spesso di questa sindrome: ci ritroviamo a essere numeri di una moltitudine in cui la nostra presenza fa quantità, ma non dà un contributo attivo attraverso la propria sensibilità, l’espressione della propria emotività. Per me andare in montagna significa disintossicarsi da tutto ciò. Essere vivo e presente in un ambiente vero, reale, autentico. Misurarmi su ciò che la natura propone, il vento, il freddo, il caldo ma anche l’incredibile bellezza e piacevolezza dei paesaggi e della vita selvaggia. Ed è questo che voglio trasmettere a chi sceglie di venire in montagna con noi, ciò che gratifica me stesso e che penso sia ciò che chi si avvicina alla montagna sta cercando.

Noi scegliamo di difendere la qualità dell’esperienza ed è per questo che le nostre attività hanno e avranno sempre un numero massimo di partecipanti.

Luca Spinogatti

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