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febbraio 27, 2017

La leggenda del popolo “figlio delle montagne”

Cosa hanno in comune il maiale, il mese di maggio e la Majella? Apparentemente nulla, tranne una certa similitudine nel prefisso ma-. In realtà hanno un’etimologia comune: Maja, la dea della fecondità per i romani. Fecondità non solo femminile, ma anche della natura, e del suo risveglio, la primavera. Ecco che maggio, il mese di Maja, trova la sua spiegazione nella prorompenza della natura che esplode in colori, forme e ricchezza, la forza generatrice della primavera che prende il sopravvento. I romani in occasione del primo dì di maggio solevano sacrificare un scrofa gravida in onore alla dea Maja. Ecco che anche la parola maiale (Sus majalis) ovvero “suino di maja” trova la sua spiegazione etimologica.

Anche Majella deriva naturalmente da Maja. Perchè? Leggete la storia di Maja che segue e lo scoprirete:

“La leggenda ci ha tramandato che vivevano in Frigia donne gigantesche e guerriere dette Majellane. Maja, la migliore, ebbe da Fauno un figlio, anche lui gigante e d’aspetto bellissimo. Le ninfe Marica, Simetride, Driope e Vitalia, amate da Fauno prima di Maja, avevano avuto da lui rispettivamente Latino, Aci, Tarquito e Vitalio, ed erano gelose del figlio di Maja, il più bello di tutti. Un giorno il giovane gigante fu ferito in battaglia. Maja, desolata, adagiò il figliolo nel suo grembo come quand’era bambino e per non farlo uccidere dai nemici, fuggì di selva in selva. Il gigante ferito non doveva morire: era troppo bello. La madre lo carezzò piangendo, gli medicò le ferite, ma il giovane gigante non guariva. Allora Maja ricordò che Vitalio, figlio di Vitalia, di ritorno dai suoi viaggi, le aveva parlato delle famose erbe medicinali di Monte Palleno, in Occidente. E in particolare di una pianta rarissima e virtuosissima che fiorisce nei pizzi più alti quando in agosto la svela la neve. Maja pensò: “Monte Palleno! Paleno! Cognome di Giove, Giove padre dei monti. Sì, andrò in Occidente, allontanerò mio figlio dai nemici che lo vogliono morto, e curerò le sue ferite con l’erba prodigiosa”. Con lei e il figlio si unirono le Majellane, che si infilarono i loro orecchini a grossi cerchi e le loro collane in bozzoli sfaccettati e il berlocco. Prima di partire offrirono a Fauno il sacrificio di una pecora e di un becco. Mentre la pira ardeva, Maja alzò gli occhi al cielo, e pregò Fauno di impietosire il cuore di Giove Paleno. Le Majellane si unirono alla preghiera di Maja. Allora passò uno stormo di uccelli minuti e, subito dopo, un nutrito stuolo di storni che, a volo chiuso, presero il mare per passar l’estate al fresco dei divini monti occidentali. Maja guardò a lungo quel volo, lo ritenne buon segno, e la madre, il figlio e le Majellane presero, via mare, la strada dei monti. V’è chi dice che, via terra, si siano avventurate cavalcando elefanti. Durante il viaggio delle Majellane, le quattro ninfe amate da Fauno ingelosirono vieppiù del figlio di Maja. S’inginocchiarono davanti a Giove, e: “mio figlio Latino” suppilcò Marica e “mio figlio Vitalio” supplicò Vitalia “sono già padroni del centro di Enotria. Han già diviso tra loro Tirrenia e Vitula. Già vi regnano: Latino su Tirrenia, e Vitalio su Vitula. Il figlio di Maja è di troppo”. E Driope, anch’essa prostrata davanti al padre dei monti, aggiunse: “mio figlio Tarquito è già un eroe leggendario fra i gioghi  e le valli dell’Enotria” E poi tutt’assieme: “noi siamo ninfe, o Paleno! E con disprezzo:” Fauno ci abbandonò per Maja, una donna!”. Giove Paleno rispose: “Maja viaggia per salvare il figlio ferito e voi lo volete morto. Non è giusto”. Risposero vibranti le ninfe: “il figlio di Maja è un vinto: ferito e fuggitivo”. “Ma è innocente!” scattò Paleno. A lui rispose accorata Simetride: “muoia com’è morto mio figlio Aci. Anche Aci era innocente. Ucciso perchè amato da Galatea!”. Intanto Maja, il figlio e le Majellane salparono da noi. Dopo il mare, selve dappertutto. Eccolo monte Paleno con le sue sue erbe medicinali! Monte Paleno, fulvo nei fianchi e con le vette ancor nevose, si ergeva imponente dirimpetto al mare. Le Majellane, col prezioso carico del giovane gigante ferito, cominciarono a esplorare il monte. “Sui pizzi più alti” aveva detto Vitalio “v’è l’erba prodigiosa”. E le Majellane salivano di giogo in giogo. La selva spesso era folta. Spesso dal fitto del bosco sorgeva copiosa acqua, e i ruscelli si facevano strada fra gli alberi secolari e, scendendo rumorosamente a valle, si riunivano formando al centro una irruente fiumara. Le Majellane erano contente d’esser venute. Alternavano caccia grossa di volpi o lepri o martore, con contorno di lumache. Ma quante lumache fra i sassi e sotto i cespugli di timo! Ma di notte udivano non insolitamente l’urlo del lupo, e la urlata risposta dei felini. Le vere erbe medicinali erano sulla groppa del monte. Le vette avevano addosso ancora la neve, e il gigante ferito peggiorava. Dopo un effimero miglioramento dovuto all’aria profumata, cominciò piano piano a declinare. Allora le cicale a valle cominciarono tutto il giorno a stridere per spingere la neve sulle vette ad andarsene e i ghiri, tutta la notte, a cantare. Maja vegliava il figlio: infusi, empiastri, decotti, invocazioni, magie. Ma prima che tutte le nevi si sciogliessero dal groppo del monte, il gigante morì. Così era scritto. Giove decise che fosse una notte senza venti e senza luna come lutto stretto della natura, e volle anche lui, non visto e non udito, piangere sulle spoglie del gigante morto innocente. La notte si raccolse tutta vicina al povero morto, senza disturbo d’aria e di luci. Ma per poco. Le Majellane accesero fuochi frigi e si unirono, i capelli discinti, al pianto della madre dolente. Il pianto di Maja risonò a monte e a valle, le sue invocazioni accorate, la sua disperazione. Marica, Simetride, Driope, Vitalia zittirono placate: “Ma la vita continua” pensò Giove. E in ricordo del gigante morto, piantò ai fianchi del monte  un arboscello che crescendo ad alberetto, sviluppa lunghi e odorosi grappoli a fiori gialli con pedicelli un pò più corti. E in onore del figlio di Maja, lo chiamò Majo. Il gigante era morto poco prima che le nevi si sciogliessero del tutto sulle vette, e Maja pensò che fosse stata una beffa di Giove Paleno. E volle che il figlio si seppellisse nel monte dirimpetto, affinchè  le nevi del Monte Paleno, sciogliendosi, non scendessero a riumidire la memoria della beffa, e le erbe medicinali, aprendo i loro fiori al sole, non si vergognassero di essere fiorite troppo tardi. Fu allora che le Majellane, obbedienti all’ordine di Maja, trasportarono il gigante morto sul Gran Sasso. Distesero pietosamente gran corpo inerte del gigante sulla terza vetta del monte. Maja lo compose sul duro sepolcro, lo carezzò e lo pianse un anno. Tornò sul monte Paleno che le erbe medicinali aprivano i loro fiori al sole. Maja si distese sulla groppa del monte per soffocare tutti i fiori sbocciati e premerli con furia, finchè non fossero tutti vezzi, pesti, mozzi. Ma poi riflettè, tristemente che non avrebbe fermata la vita. Infatti Giove scese in pioggia sulle selve e dal tronco degli alberi sprizzarono nuovi uomini. Però Maja non ebbe più la forza di ricominciare la vita. Chiuse gli occhi e divenne come una statua coricata sulla montagna, finchè, vinta dal dolore, morì. Le Majellane l’adornarono col suo più ricco vestito tutto pizzi, pieghe e trine, e la lasciarono dov’era morta, spargendo ai suoi piedi fiori ed erbe odorose, vasi d’oro e d’argento. Giove stesso scese ancora sul monte. “Povera Maja!” esclamò. Sentì improvvisamente, forse rimorso o altro, una infinita tenerezza per quella donna che giaceva ormai inerte sulla vetta del monte a lui consacrato. E gli salì il desiderio di dare a Maja morta tutto ciò che non aveva potuto o voluto dare a Maja viva. In ricordo di Maja, piantò un arboscello che, pur essendo della stessa specie del primo, resta però arborescente e mette, sui pedicelli più lunghi del Majo, fiori color d’oro carico con macchioline di verde pallido verso il calice. Giove Paleno, in onore di Maja, lo chiamò Maja e, testimoni i fiori, dedicò a Maja il mese dei fiori che chiamò maggio. Poi ricordò che Aci era stato cambiato in divinità delle acque dopo la morte. E Giove elevò Maja al rango di Ninfa, non importava che fosse morta, avrebbe custodito invisibile le selve e le sorgenti del monte, unita alle naiadi, alle oreadi, alle aldeidi e alle driadi. E il monte Paleno doveva essere chiamato Monte Majella, in onore e in dolore di Maja, e sarebbe divenuto il suo tempio, e lei la genitrice del suo popolo. Tutti unirono il loro sangue e fusero i loro ceppi per dare vita a un’unica stirpe: gli Abruzzesi. E così si può dare corpo, o almeno una motivazione, alla tradizione che vuole gli abruzzesi figli delle loro montagne.”

La leggenda di Maja così come riportata è il risultato della raccolta di fonti scritte e orali della tradizione agropastorale abruzzese, così trascritte da Virgilio Orsini nel libro “Campo di Giove. Dai primitivi alla seggiovia, Sulmona, 1970).

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