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giugno 29, 2017

Una grotta misteriosa nelle viscere della montagna

Una montagna  solcata per secoli da pastori, boscaioli, viandanti, eremiti e, più recentemente da escursionisti e alpinisti, e che contemporaneamente è capace di tenere nascosto un segreto come la Grotta dei Faggi ha dello straordinario. Ri – scoperta nel 1989 da alcuni “esploratori” di Pennapiedimonte, comune di cui fa parte questo territorio montano, questa grotta è estremamente interessante, sia per il suo sviluppo (oltre 350 metri) che per la dimensione delle sale, alte anche 60 metri! Inoltre ha rilevato, ai primi sopralluoghi degli speleologi, tracce di un utilizzo dell’uomo del Paleolitico e la presenza di interessantissimi fossili tra i quali resti di Orso delle caverne, il gigantesco parente dell’orso bruno marsicano, che viveva su queste montagne oltre 10000 anni fa. Sto parlando della Grotta dei Faggi e della straordinaria montagna che la ospita, la Majella, in Abruzzo.

Era molto tempo che desideravo raggiungere e visitare questa grotta, posta sul costone occidentale della Montagna d’Ugni, sul versante orientale della Majella. Cercammo di raggiungere il luogo in più di un’occasione circa 20 anni fa, quando, pur giunti nei pressi della grotta, non riuscimmo a trovarne l’ingresso.

Lo scorso aprile, una chiamata di Roberto B., appassionatissimo escursionista che, dall’Emilia Romagna, ogni anno viene sulla Majella per esplorarne le pieghe più segrete, riaccende la spinta per raggiungere questa mitica grotta.

Inizio una convulsa ricerca di informazioni sul percorso e sull’accesso: studiando filmati, chiedendo ad amici e colleghi e soprattutto cercando una traccia gps attendibile, unico modo per muoversi “a colpo sicuro” in una zona rocciosa e scoscesa come questa.

Inoltre inizio a muovermi per ottenere i permessi necessari alla visita: la zona infatti ricade fuori sentiero e l’interno della grotta è chiuso da un cancello, posto dall’ex Corpo Forestale dello Stato a protezione delle preziose sale interne della cavità ipogea.

La data fissata per l’escursione alla grotta è il 10 giugno, devo sbrigarmi. Sia l’Ente Parco Nazionale della Majella che l’Ufficio Tutela della Biodiversità di Pescara autorizzano la visita e un paio di giorni prima del fatidico sabato riesco a entrare in possesso, grazie al collega Claudio M., della traccia gps.

Tutto è pronto, anche la meteo è prevista splendida.

Il venerdì 9 Roberto raggiunge l’Abruzzo e passa la notte in un ostello della Majella, pronto per l’avventura.

Io chiedo a mio padre di venire con noi, sia perchè vent’anni fa andammo insieme alla ricerca della grotta, sia perchè essere in tre garantisce migliori condizioni di sicurezza.

L’indomani alle 8 siamo all’attacco del sentiero, dove Mario, il gentilissimo agente forestale di Palombaro ci aspetta per consegnarci le chiavi della grotta. In men che non si dica siamo in cammino sulla carrareccia di Monte Ugni, la lunga strada che raggiunge il rifugio Martellese a oltre 2000 metri di quota.

Superato il Colle Strozzi ci addentriamo sempre più nella fitta faggeta. In corrispondenza di un curvone scorgiamo la piccola traccia nel bosco che abbandona la strada sterrata e va in direzione della grotta. Fin qui un’ora e mezza abbondante di cammino, ma la parte dura inizia proprio da questo punto.

Il sentiero segue la base di una lunga parete rocciosa, costellata di grandi grotte e ripari. Il tracciato è parzialmente segnalato da ometti di pietra sebbene la traccia calpestata sul terreno sia quasi invisibile e sempre piuttosto scomoda. Lungo questo tratto incontriamo bellissime fioriture di Aquilegia megellensis, pianta scoperta e descritta proprio sulla Majella, che vive sotto le umide rupi rocciose.

Dai filmati visionati avevo messo a fuoco due punti di riferimento precisi, una grossa scaglia rocciosa appoggiata alla parete e un piccolo tratto roccioso da “disarrampicare”. Uno dopo l’altro troviamo i due punti di riferimento, segno che siamo sulla strada giusta. Il gps naturalmente conferma.

D’un tratto il sentiero inizia a salire a zig zag, in un tratto molto ripido del bosco di faggi. Qui troviamo addirittura alcune tracce di piazzole costruite decenni fa dai carbonai per costruire i tipici “catozzi”, le cataste di legna ricoperte di terra per la produzione del carbone.

Si sale per un paio di centinaia di metri prima di trovare il varco per traversare verso la valle di Selvaromana. Qui il paesaggio cambia, il bosco cede il passo ad uno splendido paesaggio alpestre, fatto di prati scoscesi, rocce, maggiociondoli abbarbicati, un ambiente da camosci.

Il paesaggio si apre sulla selvaggia valle sottostante e sulla bastionata rocciosa della cima delle Murelle, un paesaggio di primordiale bellezza. Qui si ha la sensazione di essere in una dimensione spazio temporale sconosciuta, potrebbe essere una scena di 15000 anni fa, quando gli uomini del paleolitico solcavano queste rave a caccia di camosci, il paesaggio che ammiravano era pressochè identico. E’ la magia della Majella che si rinnova ogni volta che se ne percorrono le pieghe più remote e segrete. Un’esperienza privilegiata per gli assetati di avventura.

Il percorso qui richiede alcune accortezze tecniche, per questo abbiamo portato con noi una corda di 30 metri e alcuni moschettoni, cordini e un’imbracatura. La loro utilità si dimostra subito. Su un attraversamento esposto su una cengia rocciosa preferiamo stendere il cordino per passare in sicurezza.

La traccia si interrompe in corrispondenza di un canalone erboso, che bisogna scendere. Fortunatamente l’erba è asciutta e gli scarponi fanno buona presa sul terreno. I prati scoscesi, specie se bagnati, sono particolarmente pericolosi, scivolare sui fili d’erba pettinati verso valle dalla pioggia è fin troppo facile, tanto quanto sarebbe difficile arrestare un’eventuale caduta.

Anche qui optiamo per l’utilizzo della corda, fissata su un maggiociondolo a metà pendio. Giunti alla base del tratto ripido iniziamo a traversare verso monte, nella valletta coperta di faggi sottostante la grotta. L’ambiente è davvero remoto e selvaggio. A monte del boschetto di faggi si erge alta una parete verticale. Sembrerebbe non avere varchi, in realtà conoscevo quel posto per averlo visionato nei filmati e ho riconosciuto immediatamente il piccolo orniello da usare per stendere il cordino sull’esposto ingresso della grotta. Infatti dal basso la grotta è invisibile e per accedervi è necessario superare una parete alta circa 15 metri, dopodichè l’antro si manifesta all’improvviso.

La parete si supera con una cengia che taglia prima verso sud, poi piega a nord per infine puntare dritto verso monte, disegnando una Z lungo la muraglia rocciosa. Nel tratto più delicato c’è una vecchia corda statica tutta indurita dal sole e dal gelo, che non appare affidabile. per questo inizio a stendere la corda che abbiamo con noi per rendere sicuro l’ingresso.

In una decina di minuti ci siamo, l’accesso è libero e raggiungo finalmente l’ingresso. Roberto e Antonio mi raggiungono subito dopo.

In breve  (siamo impazienti di entrare) prepariamo i caschi, le torce e le macchine fotografiche ed entriamo. L’ingresso appare come una lunga galleria, alta 7/8 metri, che gira verso destra, addentrandosi nella montagna.

In breve raggiungiamo il cancello, posto in un punto in cui la volta si abbassa a circa un metro e mezzo dal pavimento. Estraggo le chiavi e le infilo nella toppa del lucchetto, ma presto scopriamo che la molla del lucchetto non scatta, il freddo e l’umidità hanno irrigidito il meccanismo che non ne vuole sapere di scattare.

Dopo diversi tentativi arriva la soluzione geniale: sbattiamo un  paio di volte il lucchetto contro le sbarre del cancello e il gioco è fatto. Finalmente possiamo entrare nelle viscere di Maja.

La prima sensazione che si ha è la percezione di un flusso d’aria fredda in uscita, segno che in una qualche maniera la grotta è in collegamento con l’esterno in un secondo punto. Inoltre è la dimensione degli ambienti a impressionare. La galleria si allarga e le stanze diventano sempre più ampie fino a giungere nella sala “ogiva”, così ribattezzata per la forma del soffitto. L’ambiente è gigantesco e le nostre torce non riescono a illuminarlo in modo efficace. La sensazione di spazio vuoto intorno, unito al rumore delle gocce d’acqua che cadono dai 60 metri del soffitto dona alla sala la solennità di una cattedrale.

Le concrezioni che si formano sotto i punti di stillicidio dell’acqua sono particolarissime. Data l’enorme altezza di caduta le gocce esplodono al contatto con il suolo, demolendo la struttura stalagmitica che non riesce a crescere, ma si allarga formando strutture simil coralline: bellissime.

Appena entrato nella grande sala a ogiva mi ero accorto che sulla destra c’era un’apertura sospesa a circa 5 metri dal suolo calpestabile. Tornando indietro non posso non dare un’occhiata. Roberto mi segue. Per accedervi è necessario arrampicarsi su una piccola parete di roccia, lo facciamo. Entriamo così nel “ramo sospeso”. Le sale di questa zona sono tre più piccole man mano che si avanza. La più alta è spettacolare: qui le concrezioni, soprattutto le stalagmiti, raggiungono dimensioni notevoli e c’è una bellissima sensazione di esplorazione speleologica.

Tutte le preti sono solcate da concrezioni carenate, dal soffitto pendono stalattiti bianchissime, mentre concrezioni aragonitiche colorano di rosso ruggine l’ambiente. Siamo nell’angolo più nascosto della grotta più remota della montagna più selvaggia d’Italia.

Il ritorno è senza storia, si ripercorre la strada a ritroso con ancora impresse negli occhi le bellezze della Grotta dei Faggi, con la sensazione dell’esplorazione che regala la Majella.

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